L’architetto Alfredo Zengiaro ha inventato il nuovo concept  e progettato la nuova linea di imbottiti D.HOME. L’abbiamo intervistato per i nostri clienti.

Buongiorno architetto, il suo è uno studio importante con committenti sparsi ovunque nel mondo però lei continua a lavorare a Vicenza, una città di provincia.
Come ci si trova?
Vicenza è una bellissima città, nella quale ogni giorno, solo alzando gli occhi, possiamo scoprire sempre cose nuove nelle vie, nei palazzi e nella sua storia. E’ la città delle mie radici e continua fonte di ispirazione.

Mai pensato a trasferire il suo studio in una grande metropoli tipo Shanghai o New York?
Ho lavorato molto in estremo oriente (Cina, Vietnam e Indonesia) e sicuramente Shanghai è la metropoli da cui sono più attratto in termini di visione del futuro. Avevo anche iniziato una collaborazione con un importante studio cinese, e pensavo di aprire una mia succursale a Shanghai. Ma non mi trasferirei mai completamente.

Per provare a conoscerci meglio, qual è il libro, il film, l’opera d’arte e l’architettura che le sono piaciuti di più, che sente più vicino alla sua sensibilità?
In generale sono attratto dal medioevo come periodo storico che più ha tracciato una profonda trasformazione dell’arte e dell’architettura. I risultati dell’architettura medievale, per citare le cattedrali gotiche, sono l’esempio di una sinergia collettiva di artisti, maestranze e architetto. Dal rinascimento in poi l’architetto è il solo protagonista, e l’architettura ricerca stilistica. Io credo molto nel lavoro dove il risultato finale è il contributo di ogni singola esperienza. Libri e film quindi ambientati nell’epoca. Sicuramente “ Il nome della rosa” di Umberto Eco quale introspezione di vita, arte e cultura del periodo medievale.

Che rapporto ha con Vicenza, la sua città? Respirare Palladio dappertutto influenza il suo lavoro?
Del rapporto con la mia città ho già parlato prima. Purtroppo è una città che ha perso alcuni riferimenti medievali. Rimane comunque il Palladio come simbolo della prima architettura rinascimentale. Palladio ha influenzato il mio approccio progettuale, legato alla ricerca delle proporzioni in ogni oggetto. Le dimensioni sono imprescindibili da un rapporto armonico.

Architetto, il suo è un lavoro creativo, una domanda banale… Come trova l’ispirazione? Cosa fa quando ad un progetto, ad un disegno sente che manca qualcosa?
L’architetto non è un artista. Ovvero chi fa il mio mestiere nel design pensa sempre ad un oggetto che debba essere prodotto non in un singolo pezzo, ma in serie per la richiesta del mercato. Traggo le prime ispirazioni dalla moda e dai trends evolutivi ad essa collegati. La moda come abbigliamento, tessuti e colori riflette per prima ogni cambiamento dello stile di vita. E gli oggetti per la casa ai quali si rivolge il mio lavoro vanno anch’essi nella stessa direzione. La creatività è un lavoro lungo e di ricerca introspettiva. Bisogna solo lavorare e attendere la sintesi compiuta di ogni singola parte del pensiero e dell’idea originaria.

Da cosa sono maggiormente ispirati i suoi progetti?
Credo non esistano novità, ma continue evoluzioni. Gli oggetti e le architetture cambiano perché il mondo, le necessità e le funzioni si evolvono. Ogni nuovo progetto è una piccola grande evoluzione del precedente. Con la matita in mano cerco l’ispirazione nella trasformazione e rinnovamento/riadattamento.

Pensa prima al materiale o alla forma? Qual è il materiale che le piace di più?
Forma e materiale non possono essere disgiunti in un processo sia artigianale che industriale. E quindi il pensiero deve lavorare parallelamente su entrambi i binari. Il materiale che più mi piace è il legno, che riflette da sempre la storia dell’arredo in infinite possibilità di impiego (massiccio o impiallacciato) e in tantissime finiture ed essenze, mai uguali una dall’altre perché ogni albero, come ogni essere umano, non è mai uguale.

Quanto conta il colore  nei suoi progetti?
Moltissimo. Credo che più di ogni altra cosa il colore, al di là della moda, rifletta il vissuto e la sensibilità personale. Per chi crede inoltre nella cromoterapia come me, ovvero che il colore possa anche influenzare il benessere fisico, diventa una componente fondamentale del sentirsi bene in ogni luogo, e a maggior ragione, nella propria casa.

Il lavoro di quale architetto/designer ama di più? Quale oggetto o  mobile famoso avrebbe voluto disegnare?
Sono stato sempre influenzato dal razionalismo tedesco degli anni venti, e quindi da Marcel Breuer.
Avrei voluto disegnare la sedia Wassily.

A proposito di disegnare…  matita o computer?
Matita e quindi mano libera. Io appartengo alla generazione del tecnigrafo e del parallelografo. Dove i progetti venivano disegnati muovendo la matita e seguendo le proporzioni/dimensioni reali della riga. Ma oggi il computer riesce a darci immediatamente, soprattutto nei render, quella percezione dell’oggetto e dello spazio nelle loro tridimensionalità e nelle loro matericità praticamente impossibili prima. 

Quant’è importante il committente? Come interviene nella realizzazione  dei suoi lavori?
Il committente è fondamentale. Così come l’Azienda se si tratta di oggetti per la produzione industriale. La visione strategica del mercato da parte della proprietà e l’analisi e posizionamento del marchio sono un punto di riferimento per il progettista. Così come la sintonia che deve essere alla base dell’inizio di ogni percorso. Per quanto riguarda il mio modus operandi il Committente interviene in ogni fase del progetto, dal briefing iniziale, alla fase di prototipazione, dall’industrializzazione al lancio. E con il Committente, attraverso fasi anche di discussioni accese, si arriva a condividere sempre il risultato finale.

Veniamo a noi, qual è il pezzo disegnato per D.HOME che sente più suo, quello che ama di più?
Sicuramente il modello TEMA, divani e poltrone con schienale basso, eleganti e dalle forme generose, ma al tempo stesso estremamente minimal per trovare la giusta collocazione in ogni ambiente.

Cosa le è piaciuto di più  del lavorare con noi? Secondo lei qual è il punto di forza di D.HOME?
Lavorare con tutto lo staff tecnico di D.HOME e soprattutto con la proprietà è stato per me molto stimolante. Mi è piaciuta la collaborazione che da subito si è instaurata e soprattutto lo sforzo di trovare sempre quelle soluzioni che all’inizio apparivano difficili e cercare di soddisfare quelle richieste dell’architetto…

Lei è un progettista con esperienze internazionali importanti, dal suo punto di vista nel parlare di qualità oggi, quali sono i fattori che fanno la differenza?
La qualità oggi è un insieme complesso di fattori. Non basta parlare di qualità dei materiali o di qualità della realizzazione. Bisogna parlare anche di qualità nel servizio pre e post vendita, consegne, imballaggi, assistenza e tutto ciò che concorre al processo di acquisto. Sicuramente il made in Italy, se effettivamente realizzato in Italia con prodotti Italiani e maestranze Italiane facilita un traguardo nel percorso di qualità. A patto che tutto venga rispettato.

Una curiosità, lei ha curato anche la realizzazione del catalogo D.HOME 2017, tanti clienti si chiedono da dove viene l’idea di battezzare le nuove creazioni con nomi tratti dalla grammatica, dalle forme della letteratura e della scrittura. Come è scattata l’idea?
Nomi facili da ricordare e da riconoscere. Abbiamo cercato un’idea diversa che potesse caratterizzare l’intera collezione attraverso lo stesso filo conduttore e un’idea che abbandonasse i soliti luoghi comuni. Quelli di battezzare i modelli con nomi di città, fiumi, isole, ecc. E soprattutto nomi nella nostra lingua italiana!

Un’ultima cosa. Il prossimo progetto per D.HOME?
La collezione dei letti e dei divani-letto trasformabili. Sempre con una grande attenzione per le forme e i materiali. Per trovare le giuste risposte agli spazi e agli ambienti delle case nel mondo.

Grazie architetto, già non vediamo l’ora di scoprire le forme delle sue prossime  creazioni.